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Personaggi paternesi nel mondo dell’arte: Giacinto Gioco

 

Se ne andò una giornata d’inverno di quasi ottant’anni fa. Era stato maestro scultore, fine artigiano, conoscitore della squisita arte di abbellire le chiese, luoghi sacri che col suo tocco addolcivano la propria austerità.

Giacinto Gioco, o per altri Lo Gioco, fu un artista dalla vita calibrata sul bello.

La longevità, la risonanza del suo estro creativo abbraccia il nostro presente e ne fa un testimone di quella Paternò a cavallo tra ottocento e novecento, la cui storia rimane per lo più avvolta nel mistero, in quel buco nero in cui è calato il periodo antecedente l’era moderna, quando nella città l’esistenza scorreva lenta tra riti ed usanze religiose; riti e usanze seguiti ancor oggi da una collettività commossa davanti allo sfilare di capolavori come i suoi Cristo Morto, Cristo Risorto o la statua della Madonna Addolorata portati a spalla dai fedeli durante le celebrazioni pasquali.

Di suggestivo impatto la visione del suo “Ecce Homo”, la nicchia votiva posta nell’arco della Porta del Borgo, da alcuni studiosi attribuita ad un altro artista, Francesco Sarpietro.

Nel volto del Cristo sofferente, in cui strisce di sangue di lunghezza diseguale rigano la fronte, una guancia e persino la bocca serrata dal dolore; nella ferita sul petto, da cui discendono altri rivoli che deturpano il candore del busto; nel rosso che si propaga anche sul manto coprente una spalla e parzialmente anche l’altro braccio, si materializza la sensibilità dell’artista che con pochi accorgimenti, con l’esemplificazione dei gesti è riuscito a rendere l’apice del sacrificio di Gesù.

Il braccio piegato sull’altro come suggello di un cerchio ideale che racchiude la figura e che risalta anche per la ricchezza della cornice.

Un’opera di incontestabile forza espressiva restaurata nel 1971 dal pittore Zagami e nel 2002 da Filippo Messina.

Nato a Paternò, il 27 febbraio del 1857, (Lo) Gioco seguì la propria vocazione artistica forse frequentando l’Accademia delle Belle Arti a Roma.

Quel che è certo è che si dedicò tutta la vita alla creazione di opere dal carattere prevalentemente sacro - plasmate attraverso le tecniche ed i materiali più disparati: fu, infatti, scultore in marmo, in legno, lavorò anche la pietra lavica; fu pittore, restauratore di quadri e statue - nelle quali spesso trasponeva il proprio album di affettivi ricordi (pare che per il volto struggente dell’Addolorata egli si fosse ispirato al viso della sorella Stella).

Moltissime poi le meraviglie in cartapesta, come le raffigurazioni di: Gesù Risorto, ritoccata dal pittore Alfio Palumbo; Cuore di Gesù, statua realizzata per la Chiesa della Madonna del Rosario; Maria SS. del Rosario; San Gabriele e San Giuseppe; San Giuseppe con il bambino; e la statuina di Gesù bambino, anche in gesso e cera.

Mentre in pietra bianca è la Pietà nel prospetto laterale della Chiesa di S. Margherita, contenuta all’interno di un medaglione che l’artista realizzò in collaborazione con l’allievo Francesco Asmondo.

Del Cristo Risorto diverse furono le sue interpretazioni, tra cui l’effige in gesso alta 40 cm restaurata da Zagami nel 1976, e soprattutto il simulacro che ogni anno per la domenica di Pasqua guida il corteo dei fedeli in processione: il Salvatore regge una bandiera bianca simbolo della pace universale raggiunta con la resurrezione.

E poi, la statua di Santa Liberata, quella di San Michele, il Mausoleo di Barbara Borzì in marmo, quello della Madonna della Carità in marmo di Carrara, proprietà dello scultore Michele Bertino.

L’elenco potrebbe allungarsi, ma rimarrebbe comunque il dubbio di non aver citato qualche importante frutto della prolifica produzione di questo illustre, anzi, “umile e illustre” concittadino, declinando al singolare il titolo di un importante saggio del prof. Barbaro Conti, che delinea la figura di Gioco attraverso le scarne notizie a disposizione.

Gioco, oltre ad essere stato versatile artista, fu anche uomo di spirito. Si racconta che in dubbio se fare un Cristo Morto o una statua di Cristo Risorto per i Francescani di Troina, che ne avevano richiesto l’esecuzione senza specificare il dato (tutt’altro che irrilevante!), egli abbia sagacemente risposto: “Io farò per loro un Cristo vivo. Se vorranno un Cristo morto, se lo ammazzeranno loro!”

 

 

                                                                                        Daniela Di Stefano

 

Si ringrazia il Prof. Angelino Cunsolo

direttore responsabile del periodico

di cultura e attualità “la gazzetta dell’Etna”

per la preziosa collaborazione.

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