Sofonisba Anguissola a Paternò


La straordinarietà della figura di Sofonisba, oltre che per le valenze artistiche, sta nell'essere stata una donna all'avanguardia per  l'epoca in cui visse.
L'artista seppe imporre, oltre la sua arte, anche le sue scelte ed una forte personalità.

Visitando il Centro storico di Paternò, ed entrando nella elegante chiesa seicentesca dell'ex Monastero delle Benedettine della SS. Annunziata, si può ammirare uno straordinario capolavoro! Si tratta della  Madonna dell'Itria, un grande olio su tavola collocato nell'atrio della stessa chiesa; una splendida opera d'arte che solo recentemente ha avuto la giusta attribuzione.
Infatti, grazie ad un documento notarile rinvenuto nell'Archivio storico di Catania da Filippo Marotta Rizzo, si è finalmente scoperto che a dipingere il quadro è stata la celebre pittrice cremonese Sofonisba Anguissola, vissuta tra il XVI e il XVII secolo.
Il documento in questione ha sciolto, così, tanti dubbi; anche se, nel 1995, il critico d'arte paternese Alfio Nicotra, appassionato delle vicende di quest'artista, aveva già intuito che a dipingere  la grande tavola delle Benedettine era proprio la più celebre pittrice del Cinquecento.
  Il documento, datato 25 giugno 1579,  attesta la donazione del quadro ai Frati Francescani Conventuali di Paternò da parte della stessa autrice.
Questo il contenuto del documento, proveniente dagli atti del notaio Giovanni Filippo Fratrisi da Paternò: Quatro imaginis gloriosissimae Virginae Matris Mariae sub titulo de Itria constructum et factum in tabula per endem donatricem et dictum quondam Don Frabricium eius virum.
  A questo punto è quanto mai interessante seguire le vicende artistiche e personali di Sofonisba, e capire perché una sua opera si è trovata nella cittadina etnea.
Innanzitutto va detto che la Madonna dell'Itria non giunse da fuori città, poichè realizzata proprio a Paternò. Infatti Sofonisba visse ed operò a Paternò per ben cinque anni, dove fu sposa di don Fabrizio Moncada, rampollo della potente famiglia siciliana.
Vediamo, quindi, come la vita della celebre pittrice ebbe ad incrociarsi per alcuni anni con la storia di questa città, per scoprire poi quanto fu straordinaria la sua lunga vita.
  Sofonisba Anguissola nacque a Cremona intorno al 1530 da Amilcare e Bianca Ponzoni. Fu la prima di sette figli, ed insieme alle sorelle fu avviata dal padre allo studio della letteratura, della musica e della pittura.
Le prime nozioni di pittura Sofonisba le ricevette da Bernardino Campi,  pittore nella Lombardia spagnola. In questo periodo cominciò ad impegnarsi allo studio della ritrattistica, tralasciando il consueto soggetto religioso.
Dopo il Campi, la sua educazione artistica continuò con l'anziano Bernardino Gatti, detto il Sojaro. Visto il talento della figlia, Amilcare Anguissola ne sollecitò ulteriormente l'educazione artistica ed i contatti con le corti di Mantova, Ferrara, Parma, Urbino e Roma; Amilcare fu il primo, il più convinto e tenace promotore del talento della fanciulla. Al riguardo resta un interessante epistolario che mostra come fosse fitta la corrispondenza - coi potenti e coi geni artistici dell'epoca - di Amilcare, nel “raccomandare” la propria figliola: “Per la più cara cosa ch'io abbia, gli dedico essa Sophonisba per sua serva e figliola…” arrivò a scrivere al sommo Michelangelo, il quale rispose con buoni giudizi ed incoraggiamenti.
E, se incisivo fu l'intervento dell'abile Amilcare nel fare uscire da un contesto provinciale la figlia, decisivo fu l'eccezionale talento di quest'ultima.
Per Sofonisba il primo passo “fuori provincia” arrivò con un invito alla Corte dei Gonzaga; da qui la giovane avrebbe spiccato quel primo volo che l'avrebbe condotta molto lontano. Intanto, i suoi dipinti erano molto ricercati, tanto che lo stesso Vasari, nel 1566, volle conoscerla; le sue tele suscitarono in lui una certa impressione.
Subito si interessarono alla pittrice i Farnese di Parma, il governatore di Milano duca di Sessa, il duca d'Alba, e grazie a quest'ultimo per lei si aprirono le porte della Corte spagnola!
Lo stesso Filippo II la chiamò a Madrid come dama di Corte per la nuova regina, la bella francese Isabella di Valois. Nel 1559 Sofonisba lasciò la natia Lombardia, ignara che non vi avrebbe più fatto ritorno.
A Madrid, nel 1560, l'artista ebbe una buona accoglienza e prese subito parte alla elegante, ma sobria, vita di corte, dipingendo numerosi e splendidi ritratti dei componenti della famiglia reale.
Dall'intensa esperienza spagnola Sofonisba riuscì ad acquisire le soluzioni iconografiche del pittore di Corte Alonso Sanchez Coello e del suo maestro fiammingo Anthonis Mor.
Ella seppe inoltre unire l'immediata spontaneità dei sentimenti, tipici della sua ricerca, alla metafisica statuarietà del ritratto aulico.
Inoltre la pittrice studiò la vitalità psicologica del soggetto avvalendosi delle ricerche estetiche bergamasco-bresciane del Moroni e del Lotto, anche se restò forte l'influenza del Correggio.
Ma l'elemento che più qualifica i ritratti di questa artista è indubbiamente una innovativa abilità introspettiva, quella caratterizzazione psichica dei suoi soggetti che alcuni hanno definito “i moti dell'animo fugaci e irripetibili”.
  Ritornando alla vita di Sofonisba... nel 1568 la regina Isabella di Valois morì di parto, fatto che scosse notevolmente l'artista.
Per immaginare il grado di confidenza ed amicizia che legava le due donne, basta sapere che la pittrice dava lezioni di pittura alla regnante. Comunque, dopo la tragedia, ella fu invitata a restare a Corte, e qui continuò a dipingere.
Nel 1573 l'Anguissola era già quasi quarantenne e, per il diretto intervento di Filippo II, fu fatta sposare per procura con don Fabrizio Moncada di Paternò.
Iniziò così  il suo viaggio verso la Sicilia, dove sarebbe vissuta per cinque anni, fra Paternò e Palermo. Ma la grande sciagura giunse  nel 1578, quando il giovane Fabrizio rimase ucciso in mare, e Sofonisba si ritrovò presto vedova e sola.
  Ed ecco il periodo che maggiormente ci interessa, i cinque anni di permanenza a Paternò. Alcuni autori contemporanei hanno descritto questo soggiorno come “avvelenato” dai cattivi rapporti coi Moncada, parlando  di un contenzioso per la restituzione della dote, nonché della sua celere “fuga”.
Ma alla luce di attente ricerche, questi sembrano essere più elementi romanzeschi da sfatare che verità provate.
Su questo indirizzo sono particolarmente interessanti gli studi di Lina Scalisi, autrice de La Sicilia dei Moncada, opera validissima.
In effetti, all'epoca, il Principato di Paternò, insieme ad altri Feudi, costituivano la Corte dei Moncada, e ed erano tutt'altro che luoghi periferici e marginali da cui fuggire. Inoltre, dal carteggio della famiglia Moncada, da fonti inedite, da biografie - tra le quali quella del De Ribera, autore di Biografie di Donne Illustri, pubblicato a Venezia nel 1609, nonché  l'opera Siciliane, Dizionario biografico di Marinella Fiume, e con la parte dedicata a Sofonisba curata da Simonetta La Barbera - e specialmente dalla corrispondenza tra l'Anguissola e la cognata Aloisia de Luna e Moncada (nipote del potente conte Vega e moglie di Cesare Moncada), emerge un ottimo rapporto di amicizia tra le due donne, nonché con l'intera casata.
Addirittura sembra non risultare nemmeno un contenzioso per la restituzione della suddetta dote.
Tanto che, nell'arco della sua vita, Sofonisba si mosse in un contesto privilegiato, tra grossi finanzieri, ricchi commercianti, banchieri, nobili, la potente Corte di Filippo II in Spagna e quella più piccola dei Moncada di Paternò, luogo che lasciò nel 1579.
Ma, per Sofonisba, la vita aveva ancora in serbo molte vicende. Intanto cominciò a frequentare la corte vicereale di Palermo e, nel 1579, si sposò una seconda volta contro la volontà della stessa Corte spagnola; lo sposo fu un capitano di nave, il nobile genovese Orazio Lomellini.
I coniugi vissero serenamente a Genova per molti anni, e qui l'artista frequentò pittori tra i quali Luca Cambiaso, Bernardo Castello e Il Genovese. La sua fama era ormai consolidata!
  Ma facciamo un lungo salto in avanti di 36 anni – il periodo sereno dell'artista - per giungere al 1615.
Sofonisba, ormai ottuagenaria, si trasferì insieme al marito a Palermo, dove il Lomellini godeva di cariche e impegni.
Qui, rimasta vedova, continuò a dipingere fino a quando dovette cessare per il progressivo indebolimento della vista. Al 1624 è legato un interessante incontro – sotto il profilo artistico ed umano - tra l'Anguissola  ed un giovane pittore fiammingo. Era Antonie Van Dyck (insieme a Rubens il pittore più importante del Seicento olandese), il quale  chiamato in città per realizzare il ritratto del viceré Emanuele Filiberto di Savoia, volle incontrare la celebre collega.
Van Dyck restò affascinato dalla figura di Sofonisba e dalla sua pittura, e scrisse tra l'altro: “…ancora contò parte della vita di essa, per la quale se conobbe essere pittora de natura et miracolosa et la pena magiore che hebbe era per mancamento de vista de non poter più dipingere.”
L'artista olandese prese numerosi appunti sui racconti e sui consigli tecnici della cremonese –specialmente sull'uso della luce dal basso nella ritrattistica - e, sullo stesso quaderno, schizzò perfino un ritratto della vecchia artista: un ritratto fresco ed efficace, che costituisce un ulteriore documento biografico della nostra artista.
Malgrado i suoi due matrimoni Sofonisba non ebbe figli, e tenne sempre vivi i contatti con i lontani nipoti di Cremona.
Dopo essere vissuta a cavallo tra due grandi secoli per l'arte italiana, la “grande vecchia” della pittura fu attiva fino all'estate del 1625. Nello stesso anno, il 16 novembre, morì. Venne sepolta nella stessa Palermo, all'interno della chiesa di San Giorgio dei Genovesi.
  Sofonisba Anguissola lasciò diversi dipinti, oggi conservati in prestigiosi musei d'Europa e anche d'America.
Insieme ad Artemisia Gentileschi, Rosalba Carriera ed Angelica Kauffman è considerata la più importante pittrice della storia.
Sono celebri i suoi autoritratti, il ritratto di Filippo II, la partita a scacchi, i ritratti di Isabella di Valois, i ritratti multipli, quelli di nobildonne, dei reali di Spagna e dei suoi stessi familiari. Intanto, in questi ultimi anni, sulla scia entusiastica della scoperta della Madonna dell'Itria di Paternò, a Sofonisba sono state attribuite nuove opere conservate in Italia presso privati e raccolte pubbliche.
Si tratta quasi sempre di splendidi ritratti, quale ad esempio il magnifico Canonico lateranense del 1555, scoperto a Palermo; il Ritratto di Margherita di Savoia con il leone sabaudo alla catena del 1604 (Galleria Sabauda Torino), ma anche una Sacra Famiglia del 1585.
  A conclusione lecitamente ci sorge un dubbio!
Poiché Sofonisba visse a Paternò per ben cinque anni, è verosimile che in un periodo tanto lungo la sua prolifica vena artistica abbia prodotto solo la Madonna dell'Itria ?
La risposta certamente è no! Sicuramente l'artista, come era adusa, anche nella cittadina etnea continuò a dipingere come aveva sempre fatto.
Ella aveva a sua disposizione molto tempo, nonché una folta schiera di nobili prontissimi a prestarsi come soggetto per i suoi superbi ritratti.
Pertanto, se eventuali altre sue opere non sono andate distrutte è probabile che, prima o poi, qualche inedito anguissoliano verrà fuori!
                                                                                                                                                                                                                                                      Francesco Giordano
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